Quando si parla di impermanenza il pensiero volge verso la filosofia buddhista.
In pali, l’antico idioma già usato ai tempi del Buddha storico, la parola corrispondente a impermanenza è “anicca”. Questo è considerato un concetto fondamentale per comprendere i fenomeni.
Generalmente, pensiamo e viviamo come se tutto (o quasi) fosse stabile, immutabile. Il principio basato su “anicca” mostra invece come l’esistenza sia perennemente in movimento e in mutamento. Nulla è eterno.
Eppure, tanti vivono come se il cambiamento fosse più l’eccezione, che la regola. Questa tendenza porta a una serie di distorsioni, che a loro volta creano atteggiamenti deleteri:
- attaccamento alle cose e alle persone;
- centralità dell’io;
- egoismo e individualismo;
- visione e percezione ristretta della realtà.
Il buddhismo, invece, ci trasmette l’insegnamento secondo cui ogni pensiero, sensazione o oggetto ha un triplice movimento: appare, cambia e scompare.
Ci si chiederà perché è importante capire e accettare l’idea che tutto sia impermanente. Per una serie di motivi.
- Accettare l’impermanenza aiuta a sciogliere gli attaccamenti, a essere più liberi, a lasciar andare, a eliminare le cause della sofferenza.
- Accettare l’impermanenza spinge a vivere pienamente il momento presente, perché è l’unico tempo che possiamo sentire e percepire in modo davvero consapevole.
E nello yoga?

Anche nella filosofia yogica troviamo il concetto di impermanenza.
Negli Yoga Sutra di Patanjali (2.5) leggiamo:
Anitya asuci duhkha anatmasu nitya suci sukha atmakhyatir avidya.
Anitya indica l’impermanente, ciò che è transitorio, non eterno.
Asuci significa impuro.
Duhkha è la sofferenza, l’infelicità, il dolore, il dispiacere, l’angoscia
Anatmasu si riferisce a ciò che non è il proprio sé spirituale, quindi a ciò che è corporeo, qualcosa di differente all’anima
Nitya è l’eterno, ciò che è perenne, costante
Suci significa puro
Sukha è la gioia, il piacere
Atma è l’anima
Khyatih indica il parere, un’idea, un’affermazione
Avidya è l’ignoranza
Quindi il Sutra di Patanjali può essere inteso come segue, nelle parole del maestro B. K. S. Iyengar:
Confondere il transitorio col permanente, l’impuro con il puro, il dolore con il piacere, e quello che non è il sé con sé: tutto ciò è chiamato mancanza di conoscenza spirituale (avidya).
La pratica regolare dello yoga ci porta a fare esperienza dell’impermanenza.
Asana e pranayama ci permettono di comprendere e percepire i cambiamenti che avvengono a livello non solo fisico, ma anche mentale e sottile.
Il nostro corpo diventa veicolo di apprendimento, di cambiamento, di trasformazione.
Anche attraverso la meditazione (dhyana) impariamo come tutto – il flusso del respiro, dei pensieri, delle sensazioni – non sia mai fisso, rigido, permanente.

La Natura ci è maestra in questo. Basta osservare i fiori di ciliegio per vedere l’essenza effimera di ogni cosa. E i giapponesi lo sanno bene, visto che hanno conservato l’antica tradizione dell’Hanami, ovvero la contemplazione dei fiori. L’usanza è quella di recarsi in un parco dove fioriscono i sakura (i ciliegi) per ammirare lo spettacolo che regalano quando sono sbocciati.
La loro bellezza è intensa, suggestiva, ma effimera.
È la bellezza dell’impermanenza.
Silvia C. Turrin
